Fase 2 e comunicazione: quali scenari si prospettano? La nostra tavola rotonda per (ri)avvicinare brand e utenti

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È chiaro che questa non è una semplice ripartenza. È un nuovo inizio.

La data del 4 maggio è ormai una data che ha assunto socialmente  e aziendalmente una forte valenza simbolica a metà fra la riconquista della normalità e il peso del buon senso. Questa prima fase di lockdown sta scivolando via dalla nostra quotidianità, lasciando un segno indelebile sulle nostre piccolo abitudini quotidiane. La pausa caffè coi colleghi a parlare degli ultimi social gossip,  la palestra in pausa pranzo, la spesa al supermercato o il lavoro da remoto: questa pandemia ha letteralmente cambiato la sostanza della nostra routine.

Le 18.00 non sono più l’orario simbolo in cui, per molti, si chiude la giornata lavorativa: con il COVID-19 le 18:00 sono diventate l’ora del bollettino della protezione civile. Siamo stati bombardati da grafici a torta, a barre proporzionali, da tabelle previsionali, da picchi che non arrivavano mai: siamo stati assediati dalla comunicazione mediatica senza alcun tipo di opportunità relazionale. I social network sono stati spesso la nostra unica fonte di confronto real time su una realtà che ci veniva riplasmata senza poter intervenire, mentre alcuni brand continuavano a condurre la propria esistenza, fra spot patinati, immagini di abitudini che non ci appartengono più e goffi tentativi made in shutterstock per entrare in contatto con la nostra intimità compressa.
Questo lockdown non ha solo messo la “giusta” distanza fra le persone, ma ha anche contribuito ad allontanare brand e utenti, che non hanno spesso trovato un terreno comune su cui aprire un reale tavolo conversazionale.

Proprio a fronte di questo distanziamento, abbiamo chiesto a 10 figure chiave del mondo della comunicazione aziendale, farmaceutica, bancaria, fashion, artistica, sportiva e culturale, come si potrà ripensare la comunicazione in questa fase due.

Convivenza con il COVID-19: indice delle interviste


La convivenza con il Covid-19: food, tecnologia e comunicazione

La riflessione di Andrea Ghirlanda, consulente marketing, fondatore di Nextree, docente e coordinatore scientifico per il Master in Marketing e Comunicazione di Professional Datagest.

Magilla_01. Quale pensi che sarà il rapporto tra food e tecnologia in questa convivenza forzata con il virus?

Siamo ancora nella fase di emergenza sanitaria e forse non tutti si rendono conto che il primo fattore critico da considerare nel prefigurare il futuro, è che opereremo in un contesto di riduzione del reddito e della disponibilità alla spesa. Sarà poi necessario rassicurare le persone per ricostruire la fiducia nel graduale ritorno ai comportamenti d’acquisto e di consumo precedenti. Ci saranno vincoli legali che impatteranno anche sulla struttura dei costi e dei ricavi (obblighi di sanificazione, distanza sociale). Tutti gli operatori della filiera alimentare saranno chiamati a rivedere il proprio modello di business per far fronte a queste sfide e l’innovazione tecnologica sarà il fattore fondamentale per risolvere l’equazione. Penso ad esempio alla possibilità di rassicurare il consumatore tracciando la vita di un prodotto tramite la blockchain, di dare trasparenza al processo produttivo tramite il digital, di far sapere qual è la coda o l’affollamento di un punto vendita grazie ad un’app, di ridurre il contatto fisico in un locale facendo ordinare da un tablet e ritirare direttamente in cucina, oltre naturalmente al take away, alla spesa on line, alla possibilità di ordinare on line e ritirare presso un punto consegna. Ogni operatore dovrà rivedere i propri processi produttivi ed i punti di contatto con il cliente/consumatore, per riprogettarli alla luce dei nuovi bisogni.

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La convivenza con il Covid-19: la comunicazione del settore farmaceutico

La riflessione di Marco Torriglia, Marketing Director Consumer Healtcare Alfasigma, e Raffaele Matacena, Group Brand Manager presso Alfasigma Consumer Healthcare

Magilla_02. Come cambierà la comunicazione del settore farmaceutico alla luce di quanto accaduto?

La comunicazione nel mondo farmaceutico consumer in senso ampio (OTC, Integratori, Parafarmaco etc.) è sempre stata una comunicazione prevalentemente orientata al prodotto, alle sue caratteristiche funzionali e alla capacità di risolvere un piccolo problema legato alla salute. Ovviamente questo approccio non ha tralasciato componenti meno razionali legate a specifici insight del consumatore e in grado di attivare quel link emotivo che serve a tradurre la conoscenza di marca in trial prima e adozione di prodotto dopo.
Poi è arrivato il Covid-19! Con forza e prepotenza ha prima creato “allarme, poi paura, infine distanziamento sociale”; tutte le nostre certezze sia come individui che come comunità sono state minate alla base.

Magilla_03. Cosa devono fare in questo nuovo scenario le marche del settore farmaceutico?

Innanzitutto continuare a comunicare, non perdere il legame con la collettività, con la consapevolezza che in quanto marche del comparto salute hanno un ruolo sociale ancor più rilevante oggi di quanto non lo avessero fino ieri. Interpretare questa attuale coscienza sociale si deve però tradurre in strategie di comunicazione più autentiche, in cui deve essere evidente la fedeltà del brand alla sua mission e perché no la concretezza della sua presenza nel nostra quotidianità. Il tutto inserito all’interno di narrazioni che hanno nell’empatia e nella vicinanza le parole chiave

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La convivenza con il Covid-19: banche, digitalizzazione e comunicazione

La riflessione di Francesca Caselli, Responsabile Marketing, Comunicazione ed eventi presso Banca di Bologna.

Magilla_04. Come pensi cambierà la comunicazione fra banche e cittadini dopo quanto avvenuto?

Siamo ancora in una situazione di emergenza, perché purtroppo i numeri e le statistiche di questa pandemia non rassicurano, ma è giusto e corretto pensare ad una fase 2.
La fase 2 durerà un tempo che si suppone non sarà così breve,  pertanto le banche dovranno ripensare alle proprie modalità di contatto e di comunicazione con la clientela.
Banca di Bologna, in questo difficile contesto, si è dimostrata tempestiva e da subito ha messo in campo azioni ed iniziative volte alla continuazione del servizio al pubblico in termini di comunicazione e di presenza sempre nel rispetto delle precauzioni.
Oggi alla luce di quanto fatto stiamo però già guardando oltre, certi che dovremo apportare numerosi cambiamenti.
Primo tra tutti, il modo di comunicare che dovrà colmare tutte le mancate occasioni di incontro.

La comunicazione acquisirà un ruolo ancora più importante rispetto al passato,  perché dovrà trasferire ai clienti informazioni chiare sui servizi offerti, sicurezza e stabilità, ascolto e proattività ma soprattutto emozioni come la vicinanza e la condivisione facendo sentire le persone vicine anche se a distanza. 

Magilla_05. Come pensi che la tecnologia possa supportare il triangolo della fiducia fra cittadino, banca e territorio nella convivenza con il COVID-19?

La tecnologia sarà fondamentale per supportare le nuove strategie che riguarderanno la redistribuzione e lo sviluppo tecnologico degli spazi interni alla Banca, la pianificazione degli appuntamenti, la consulenza da remoto ma soprattutto l’elaborazione di prodotti perfezionabili da remoto che possano prevedere il riconoscimento a distanza.

Tutto questo rappresenta una sfida interessante per un mondo come il nostro, legato ad abitudini consolidate, ma vogliamo raccoglierla come un’opportunità .

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La convivenza con il Covid-19: fashion, fast fashion e brand equity

La riflessione di Nicoletta Bernasconi, marketing manager
Magilla_06. Come pensi cambierà la comunicazione nel settore moda data la convivenza forzata con il COVID-19?

Tutti noi che lavoriamo nel marketing, sia tradizionale che digitale, ci stiamo chiedendo cosa e come sarà giusto comunicare per un’azienda del fashion: compito molto arduo perché spesso il settore della moda è soggetto a critiche che lo associano puramente a vanità e futilità.
Per quanto riguarda il cosa sarà giusto comunicare, adesso si può dire che i nodi vengono al pettine e mi spiego meglio.
Le aziende di moda che hanno investito nella costruzione di una brand equity, che hanno investito nella comunicazione dei propri valori in modo chiaro, univoco ed imprescindibile, che hanno investito sulla continuità e sulla credibilità del proprio asset valoriale hanno già vinto rispetto a chi, invece, non lo ha mai fatto, perdendosi dietro alle crude leggi del mercato del fast fashion.
Questi brand dovranno proseguire nel loro discorso valoriale già iniziato prima, dimostrando piena comprensione e consapevolezza di quello che accade là fuori e generando messaggi in un’ottica di prospettiva, di fiducia, di normalità e non di mero consumismo. Si dovranno mettere al servizio di un consumatore che si ritroverà a breve a vivere in una realtà economica e sociale profondamente cambiata.
L’errore da evitare sarà quello di continuare a premere incessantemente con campagne strumentali all’immagine e con l’obiettivo di vendere a tutti i costi e, nonostante tutto, i propri prodotti.
Altro aspetto importante è il come sarà giusto comunicare.
Se parliamo di mezzi, gli investimenti, almeno in una prima fase, dovranno essere certamente ricalibrati al fine di intercettare un pubblico più vasto possibile che, attualmente, usufruisce soprattutto dei canali digitale e guarda molto di più la tv.
Cosa più importante è che è questo il momento in cui le aziende della moda dovranno iniziare a sperimentare un nuovo linguaggio che sia davvero vicino alle persone, che sia trasparente e che sia un vero e proprio dialogo.
Quindi sarà necessario che ogni azienda si munisca di un canale di dialogo aperto e diretto (primo fra tutti il web), che consentirà di individuare e soddisfare nuove esigenze: la sfida vera però sarà quella di non perdere mai di vista l’aspetto umano ed emozionale.
Oggi come oggi credo che una azienda di moda, indistintamente dalle capacità economiche, prima di comunicare debba fare un passo indietro e prestare molta attenzione ai contenuti, domandandosi perché sto comunicando e quale ragione profonda mi porta a comunicare.

Magilla_07. Pensi ci sia ancora spazio per il fast fashion? 

La «quarantena dei consumi» che stiamo vivendo porterà certamente ad un radicale cambiamento di tutto il sistema moda che per la maggioranza si basa sulle strategie del fast fashion, anzi del super fast fashion, che punta sull’anticipazione dei trend e non più alla rincorsa.

Questo irrefrenabile timing che ha portato ad un sistema bulimico del mercato della moda adesso, invece, si trova nella condizione di digiunare: negozi fisici chiusi, sistema logistico rallentato, produzioni annullate, si parla persino di saltare la stagione moda P/E e di andare direttamente a quella autunnale, commessi e lavoratori che non percepiscono, almeno in parte, lo stipendio, gli shop on line che non sono stati capaci di consegnare. Tutto questo certamente porterà a dei cambiamenti.

La lungimirante Lidewij Edelkoort, in una sua recente intervista, ha infatti detto che da questa «quarantena dei consumi» stiamo imparando a come essere felici solo con un semplice abito, riscoprendo i vecchi abiti preferiti che possediamo, leggendo un libro dimenticato e danzando nella tempesta per apprezzare la bellezza della vita.

Il mio pensiero è che il fast fashion non potrà più continuare a produrre tanti beni e ad offrire tanto quanto a cui eravamo abituati prima, perché il consumatore uscirà da questa situazione di emergenza con uno spirito più oculato, meno propenso all’acquisto di impulso e si direzionerà maggiormente verso beni che durano molto più di una stagione, o comunque ad un consumo non così veloce come quello dettato dal fast fashion.
Il Covid-19 ha stimolato quella che era la voglia latente del consumatore, ossia di ritorno al minimalismo, alla tradizione, alla qualità, al made in Italy, alle economie locali, alla comodità, alla moda più funzionale, alla sostenibilità dei prodotti e all’impegno sociale di un brand.

La domanda che tutti ci poniamo è come ci si riprenderà da questa situazione? E soprattutto quali saranno i tempi di ripresa? Chi saranno i vincitori? E chi i vinti dal Covid19?

L’idea che mi sono fatta è che le aziende della moda che accetteranno di percorrere la strada di un rallentamento intelligente, ossia rivoluzionare e razionalizzazione le produzioni, creare e rafforzare i valori che le contraddistinguono rispetto ai loro competitor, riportare valore e rafforzare il tessuto umano, saranno premiate dal consumatore finale perché capace di percepirne l’importanza.

I vinti saranno invece coloro che continueranno a persistere nell’anonima e massiva produzione del fast-fashion, che, di fronte ad una crisi globale come questa, si mostra in tutta la sua sfavillante inconsistenza.

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La convivenza con il Covid-19: gli ingredienti di un cambiamento comunicativo che deve ancora maturare

La riflessione di Luigi Raffa, consulente aziendale e founder presso Relay

Magilla_08. Quali pensi che siano gli “ingredienti” necessari affinché banche e cittadini possano convivere con il Coronavirus?

Una constatazione, forse superficiale, a volo d’uccello su quanto sta avvenendo nel mondo dei servizi – vedi lo shop on line con le catene distributive, supermercati/ipermercati, la crescita  dell’acquisto on line di vini/altre bevande e in specifico in quello finanziario-creditizio assicurativo – prende forma in modo immediato:  è relativa alla diffusa opportunità di utilizzo delle interazioni digitali tra clienti e azienda di servizio. Va da sé che a causa degli spostamenti impediti o drasticamente ridimensionati per modo e numero, le persone da un lato, le aziende di servizio dall’altro abbiano dovuto/potuto fare ricorso a quanto messo in campo o in loro possesso come canali e dispositivi on line. Chiaramente vi sono realtà che hanno mostrato di essere molto avanti (certamente le banche interamente digitali, che hanno fortemente dematerializzato il consueto flusso delle documentazioni, delle informazioni e delle operazioni tra sportello e cliente; ma anche le assicurazioni che, ad esempio per il ramo assicurativo auto ma non solo per questo ramo –  hanno da tempo o più recentemente varato sistemi di commercializzazione, assistenza e caring online per i loro utenti). Così come vi sono altre realtà che hanno dovuto accelerare l’adozione di sistemi digitali o in qualche modo equilibrare questi e i sistemi abituali di relazione con le persone da servire/assistere. Tutto ciò nel contesto di crescita e diffusione del mondo digital complessivo, in Italia, quale è documentato anche dagli ultimi dati Audiweb (a tutto marzo 2020 ) che vedono confermata la elevata penetrazione dei dispositivi mobile – smartphone principalmente – penetrazione che comunque non ha saturato il mercato e risulta  differenziata ancora significativamente per fasce d’età. Tra parentesi, questo è un aspetto che deve far riflettere riguardo all’introduzione dell’APP Immuni alla quale – anche se sarà facoltativo scaricarla – sembra affidato un ruolo rilevante nella gestione della fase di coabitazione con il Covid-19 a seguito degli allentamenti prossimi – per quanto prudenti – del lockdown. Possiamo dare per scontato che la digitalizzazione in banca sia, tra gli ingredienti necessari, un asset strategico e funzionale indispensabile: lo è stato nella fase dell’emergenza, che perdura, lo sarà nella fase della convivenza e nelle possibili nuove successive ricadute, non escluse dagli studiosi e dalle organizzazioni sanitarie deputate al presidio dell’andamento dell’epidemia. Sul piano della gestione delle relazioni banca-cliente ( e anche potenziali clienti) resta e sarà molto importante far fluire informazioni sull’organizzazione dei diversi touch point a disposizione, aperture, orari, modalità “per appuntamento”. Il rinforzo di attività di Contact Center con tutte le funzionalità di accesso in chiamata/contatto sarà fondamentale: dalle telefonata alle mail, alla messaggistica tramite social, il ricorso a bot, chatbot, voicebot per fornire informazioni basiche e per scremare le richieste del pubblico, orientandone le più complesse verso il contatto idoneo a fornire risposte, soluzioni, assistenza,  da remoto o di persona, quando indispensabile. Non va dimenticato, in tutto questo, il ruolo del website aziendale, istituzionale o di servizio, che dovrebbe in queste fasi assumere contenuti molto aggiornati sul piano informativo, ben articolati per tipologia di interlocutore (tanto i privati, quanto le imprese, non sono tutti uguali così come non lo sono i provvedimenti ad essi destinati), molto chiari circa il da farsi, gli iter da seguire, anche curando e aggiornando l’efficacia delle FAQ dedicate. In sostanza e in sintesi, curare di più l’usabilità e la UX per gestire meglio una fase della relazione con clienti e persone che comunque non si esaurirà in poche settimane o pochissimi mesi. 
Tornando ai dati Audiweb, si può ritenere che le banche, anche se non solo esse, dovrebbero favorire la diffusione del ricorso ai dispositivi digitali  da parte delle persone che non ne posseggono o che non sappiano utilizzare – ad esempio – uno smartphone per sfruttare tante funzioni adempibili da remoto, tramite i collegamenti homebanking, o le APP.
Volendo vederne un lato promozionale, potrebbero offrire un prestito speciale – con un tasso contenutissimo – per l’acquisto dei dispositivi necessari. In una fase di convivenza con regole più “allentate”, si potrebbe anche pensare al lancio di momenti di formazione per insegnare alle persone l’utilizzo di essi, magari coinvolgendo le numerose neoimprese, spesso giovani e composte di giovani, adattissimi per svolgere un’opera tutoriale/formativa di base che andrebbe a vantaggio di tutti, per il presente e per il futuro.
Tutto ciò senza mai dimenticare l’importante contributo economico che da parte di molte banche, nazionali o locali, è stato versato a sostegno delle attività ospedaliere nelle diverse realtà, per aiutare nell’acquisto di apparecchiature e strumenti appropriati l’intera organizzazione sanitaria. Nè va sottaciuto tutto ciò che da esse è fatto e sarà fatto verso i clienti, privati e imprese, nella proroga dei ratei, per i versamenti di cassa integrazione, nella gestione del decreto liquidità per imprese, artigiani, professionisti.

Magilla_09. Il coronavirus ha irrimedialmente cambiato gli scenari del marketing e della comunicazione: dal food al pharma, passando per automotive  e turismo. Quale lezione pensi che i grandi brand abbiano imparato da questa pandemia? Quale ruolo pensi che giocheranno, a livello comunicativo, le realtà locali?

Vi è un po’ la vocazione ad attribuire a eventi certamente enormi nel loro impatto e nelle loro conseguenze un valore “epocale”, scandito dalla classica affermazione “nulla sarà più come prima”. Credo di averla sentita un buon numero di volte in oltre 40 anni di professione e, in tutta franchezza, non ho ne mai avvertito un constatabile livello di verità. Forse in parte sì, ma non così tanto da “sovvertire” le regole dominanti del nostro sistema. Questo non vuol dire che vada bene così o che sia da condividere questo esito. Tuttavia l’assuefazione abitudinaria per un verso, le debolezze delle culture “alternative” per l’altro, fanno sì che la veridicità di questa affermazione sia a posteriori pressoché interamente smentita. La sensazione, forse la convinzione mia, è che i cambiamenti – se maturano – maturano in modo differente, nel come e nei tempi del loro manifestarsi. Certo, meccanicisticamente  qualcosa può notarsi. Forse il tema della sicurezza sanitaria, dell’igiene personale, della sicurezza alimentare, della sicurezza nei luoghi di lavoro, prenderanno più piede. Sarebbe sorprendente ad esempio che il sistema ospedaliero non si trasformasse in parte per assicurare una maggiore disponibilità di posti in terapia intensiva: non dimentichiamo la sconfortante sproporzione  numerica in questo tra Italia e Germania, motivo probabile, almeno in parte, del maggiore numero di decessi in casa nostra. Normalmente i media, quindi la comunicazione e spesso il marketing che a quanto avviene nella “semiosfera” è molto sensibile, quando si attraversa una fase di grande difficoltà, tendono ad assumere un atteggiamento e un comportamento serioso – tralasciando qui un momento la “politica”…-  e diventano un po’ calvinisti, o meno epicurei. Quindi si “censurano” o si contengono un po’ gli orpelli del superfluo, dello status symbol, l’ostentazione del consumo e del possesso, l’esibizionismo, spostandosi di più verso approcci maggiormente sobri, dichiaratamente razionali. Un’occhiata alla pubblicità sui media in questo periodo, specie tv, è probante: al di là degli spot relativi all’epidemia, più o meno informativi, esortativo-epici, gli spot esibitivi, del lusso, esagerati, in altri momenti tanto ricorrenti e ripetuti sono molto meno presenti,  mentre quasi dominano commercial di taglio “nazional popolare”, banalotti, “poveri”, per prodotti non proprio significativi, trattati “al minimo” in quanto a sceneggiatura, effetti speciali. Un’ eccezione è forse la promozione dello spettacolo dei palinsesti tv, specie delle satellitari, che proponendo intrattenimento, in questo periodo sono in spolvero. Non credo che questo “mainstream” durerà a lungo: appena fuori dal lockdown l’asse del marketing e della comunicazione – che sono in parte prescrittivi, forse predittivi ma insieme molto adattivi – si riorienterà verso i dettami prevalenti nel pre-covid19. Diciamo che i per i grandi brand soprattuttto – ma anche nelle realtà a livello locale, non vedo da questo punto di vista una grande differenza – può  e potrà esservi un impatto e una opportunità “reputazionale”. Il tema  tuttavia è già stato ampiamente messo a fuoco qualche decennio fa e non si è vista una grande corsa delle imprese, di ogni settore e dimensione, per generare un proprio goodwill, basato su un corretto mix dei sei fattori che determinano il QRA (Quoziente di Reputazione Aziendale) di un’azienda. Ciò non significa che in realtà non vi siano esperienze positive in tal senso, cioè di costruzione/o tentativi di costruzione di una corretta reputazione aziendale. Ma non stiamo parlando di grandi numeri, capaci di cambiare l’asse su cui ruotano le attività di marketing e comunicazione aziendale, verso il societing.  Per questo – non dimenticando però la reattività di cui sono state capaci diverse imprese o gruppi imprenditoriali, non posso elencarli e prendo ad esempio il Gruppo Zegna che ha meritevolmente provveduto a convertire linee di produzione per fornire mascherine protettive – c’è molto da fare, indipendentemente dalle dimensioni aziendali: grandi, medie o piccole, di beni durevoli o di largo consumo, di servizi alle imprese o alle persone, quale che sia l’attività, nazionale o locale, da un evento drammatico come Covid-19 tutti sono chiamati a fare della propria impresa un ambito che si fa rispettare per come si cura  della sua immagine, della qualità dei suoi prodotti o servizi, per la sua vision e capacità di leadership, le sue performance finanziarie, per la qualità del suo ambiente lavorativo, per come interpreta il ruolo di responsabilità sociale verso l’ambiente, il territorio, la comunità nella sua area, globale, nazionale, o locale che essa sia.
Se il Covid-19 produca un cambiamento contingente o se determinerà o in qualche modo “stimolerà” una diversa evoluzione potremo dirlo tra mesi, o tra qualche anno. Intanto sarebbe già qualcosa vedere che – come è stato autorevolmente detto – ciascuno inizi a curare il proprio ambito e che le grandi istituzioni svolgano appieno la parte che compete loro.

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La convivenza con il Covid-19: la parola allo sport

La riflessione di Nicola Fornasari, Martina Sacco e Giulia Ferrari, Team comunicazione UISP Bologna e Comitato Organizzatore StraBologna

Magilla_10. Quali pensate siano gli step giusti per comunicare sport ed eventi sportivi nella convivenza con il Covid-19?

Prima di tutto, durante la convivenza con il COVID-19, come Uisp ci prendiamo la responsabilità di diffondere messaggi nel rispetto del decreto del Presidente del Consiglio, continuando nella promozione dell’attività fisica all’interno del proprio ambiente domestico per tutelare la salute dell’individuo. La comunicazione quindi risulta importante per permettere al pubblico di mantenere un contatto diretto con il mondo sportivo dell’Associazione e non perdere le buone abitudini legate all’attività fisica. In questa fase comunicare lo sport significa proporre soluzioni ed esercizi che si adattino alla situazione, invitando la popolazione a mantenersi in movimento anche a casa. Diventano necessarie quindi l’ideazione e la condivisione di contenuti video-training, dirette e corsi in videoconferenza che propongano allenamenti a corpo libero o con l’ausilio di oggetti di uso quotidiano (bottiglie, casse d’acqua, zaini, cinture etc).
Questa nuova situazione potrebbe indurre anche i più sedentari ad avvicinarsi allo sport, poiché l’attività fisica diventa uno svago, un modo per passare alcune ore della propria giornata ed entra a tutti gli effetti all’interno della quotidianità. Ritornati alla normale routine saranno quindi maggiori le possibilità che questi decidano di iniziare un corso strutturato. La necessità di praticare sport anche in questo periodo di isolamento rafforza la consapevolezza dell’importanza di integrare attività sportive e movimento nella propria quotidianità.
Per governare al meglio la comunicazione di eventi sportivi in questa fase di emergenza sanitaria, è importante utilizzare i propri canali web e social media per aggiornare i partecipanti rispetto agli sviluppi organizzativi e logistici dell’evento stesso, sottolineando la stretta collaborazione con le Istituzioni al fine di rassicurare l’utenza rispetto alla responsabilità sociale e sanitaria da parte dello staff organizzatore. È importante veicolare messaggi di valorizzazione della salute e della sicurezza dei partecipanti, in quanto aspetti prioritari che permeano tutte le decisioni inerenti l’evento. È opportuno quindi evidenziare il lavoro e l’impegno profuso per rendere la manifestazione il più sicura possibile. Ogni notizia, informazione o novità relativa all’evento deve comunque essere posta in ottica costruttiva, con l’obiettivo di valorizzare l’evento come momento di rinascita e di un nuovo inizio.

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La convivenza con il Covid-19: “non basta essere in salute per stare bene”

La riflessione di Piera Natalicchio, Art Director di Zuccari Srl

Magilla_11. Come cambierà la comunicazione nell’ambito dell’integrazione alimentare? Cosa vuol dire “benessere olistico” alla luce di quanto accaduto?

Benessere olistico e razionalità. Il termine “benessere olistico” per me è un concetto interiorizzato. Non si può ricercare il benessere senza avere un approccio olistico. Pensare alla risoluzione di un problema, di un disagio con un metodo che spesso punta alla mera eliminazione dei sintomi, senza domandarsi quali siano le cause scatenanti, e le conseguenze più ampie che genera, lo trovo un approccio superato. Tuttavia oggi il concetto di benessere olistico non è ancora di uso comune e viene spesso associato a un contesto new age. Per quanto mi riguarda sono invece fermamente convinta che non ci sia nulla di più logico e razionale dell’approccio olistico.
La consapevolezza che tutto è collegato. La situazione che stiamo vivendo è un esempio lampante di come gli eventi siano generati da molteplici flussi che si intrecciano, influenzandosi a vicenda. Il contesto in cui viviamo è complesso. L’essere umano è complesso. E le risposte che stiamo cercando non possono non tener conto di questa complessità. Queste considerazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti possono rendere più facile il compito di noi comunicatori nel parlare di benessere olistico. Occorre far uscire questo concetto dal contesto dentro il quale ancora troppo spesso viene confinato, per calarlo nel concreto e nel quotidiano. Non credo ci sia nulla di più razionale, oggi, di dire che tutto è connesso. Applicando un passaggio di scala, dal macro al micro, è facile capire che anche nel nostro organismo tutto è collegato. Siamo il risultato di tante piccole parti che funzionano bene in un equilibrio di benessere che si autogenera. Se questo viene interrotto da un elemento malfunzionante le ripercussioni si riflettono sull’intero organismo.

Non basta essere in salute per stare bene. All’essere umano, in quanto organismo complesso, per stare bene non è sufficiente essere in salute e al riparo dai pericoli. Ciò appare palese se guardiamo alla situazione presente e ai disagi che porta con sé: vivere lontani dagli affetti, essere limitati nelle libertà di base, non avere la possibilità di pianificare e progettare, avere timore per cosa accadrà. Al di là delle singole risposte che ognuno si è dato, rimane il fatto che alla domanda “cosa ci fa stare bene” le risposte sono tante e diverse. Siamo organismi complessi che vanno visti nella loro totalità. 

Questa esperienza collettiva sta creando le condizioni per far conoscere e comprendere a tutti questo concetto. E proprio qui si inseriscono gli integratori alimentari. La ricerca del benessere non può non partire da un’analisi olistica, per proporre strategie che possano rispondere alle reali esigenze dell’individuo, andando alla radice della generazione del disagio e non all’eliminazione del sintomo.

Per questo la comunicazione nell’ambito dell’integrazione alimentare deve saper cogliere questa opportunità. C’è una lente di ingrandimento posta sulla salute e sul benessere. L’attenzione è molto alta e il terreno è fertile per far germogliare una nuova consapevolezza nei consumatori, offrendo loro gli strumenti e la possibilità di raggiungere un benessere più profondo, completo e duraturo. Sta a noi, comunicatori, cogliere questa sfida e dare il nostro contributo concreto.

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La convivenza con il Covid-19: l’arte come bene non necessario di cui però abbiamo estremo bisogno

La riflessione di Loris “Sunda” Dogana, artista internazionale indipendente

Magilla_12: Come far convivere arte e virus nella fase 2?

Durante la fase 1 ci sono state numerosissime aste di beneficenza e questo ha reso più evidente che mai quanto, da un lato, l’arte sia considerata un bene non necessario ma, dall’altro lato, quanto il pubblico ne abbia bisogno per affrontare l’isolamento.

Nella fase 2 la piattaforma principale di vendita resterà ovviamente online tramite e-commerce, ma quello che andrà ridisegnato sarà l’esperienza di confronto di fronte alle opere d’arte: il successo di una mostra sarà da ridefinire secondo nuovi parametri rispetto alla sola affluenza, gli eventi di scambio e incontro tra addetti ai lavori saranno molto ridimensionati e si baseranno sempre di meno sulla “scoperta” di ciò che non conosce.

Come Artista Indipendente e Tatuatore ho osservato dinamiche simili nei contesti come Fiere d’Arte e Tattoo Convention, e sono i luoghi in cui ci si può permettere più libertà di proposta artistica, proprio perché il pubblico va a cercare qualcosa che normalmente su internet non trova.

Instagram e Facebook sono grandi piattaforme per raggiungere nuovi clienti ma, al tempo stesso, hanno anche un meccanismo che premia determinati contenuti e mantiene l’utente all’interno della sua bolla di ricerca.

I mestieri artistici trovano sempre il modo di sopravvivere, ma la vera sfida dell’arte e del suo mercato sarà mantenere vivo e vario il discorso artistico, che già era in ostaggio della “viralità”.

Per i tatuaggi si tratterà principalmente di rendere più coscienti i clienti del loro comportamento, perché i Tattoo Studio prevedono già degli standard di igiene molto alti e controlli ripetuti dell’ASL. Piuttosto andrebbe ridiscusso a livello nazionale un ridimensionamento degli affitti per metro quadro, visto  che gli affitti hanno un minore coefficiente di redditività per gli affittuari: realtà come quelle Milanese e Romana hanno un costo particolarmente elevato che si spalma sulla mole di lavoro che si riesce a generare ma, quando questo viene ridimensionato per far fronte alla pandemia, se non cambia l’affitto l’unica risultante possibile sarà la chiusura definitiva delle attività.

Trovandoci di fronte a una crisi dei Grandi Eventi di aggregazione, probabilmente nel prossimo anno ci troveremo di fronte a una delocalizzazione delle attività artistiche verso la provincia, più economica e legata all’interazione 1a1, riservando alle metropoli un ruolo di vetrina occasionale.

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La convivenza con il Covid-19: i rapporti fra Italia e Cina all’ombra della pandemia

La riflessione di Fabrizio Talotta, Geopolis
Magilla_13. Come pensi che la convivenza con il virus ridisegnerà geopoliticamente  i rapporti fra Italia e Cina?

La risposta definitiva ed esaustiva sarebbe impossibile, limitandoci alla domanda di fondo, come cambieranno i rapporti tra Cina e Italia, la risposta è dipende. Dipenderà certamente dal comportamento della Cina, ma anche soprattutto dalle intenzioni e dalla reazione degli USA. Quando si analizzano i rapporti di una potenza è necessario contestualizzarli nello spazio della competizione e inquadrare i competitor e presunti tali. Nella sfida geopolitica dal post seconda guerra mondiale è emersa e consolidata una super potenza, realmente imperiale nel modo di pensarsi e nella postura geopolitica, che sono gli USA. Sono gli USA che hanno dato vita per ragioni di propria sicurezza e strategiche – vedi la nascita della NATO – E  che hanno dato benedetto l’odierna e inattuata Unione Europea. La Cina dopo decenni di chiusura al mondo e di tracollo economico, sociale e geopolitico, ha lanciato la propria sfida al mondo. Da qualche decenni è ritornata a pensarsi e recepirsi come sin dalla sua antica nascita si percepisce un Impero e centro del mondo. La Cina in questo momento rappresenta certamente la potenza in ascesa e l’unica capace di contendere verosimilmente il primato degli USA. Ciò non significa che riuscirà a compiere certamente l’ambito sorpasso della potenza a stelle strisce entro il 2049, in concomitanza con il centenario del Partito Comunista Cinese, ma certamente lavorerà per perseguire i propri ambiziosi e impegnativi obiettivi strategici. Tatticamente, l’Impero del Sol Levante, dovrà gestire e limitare le crisi interne – vedi le criticità croniche con Taiwan e Hong Kong e l’uscita dalla pandemia – e cercare di massimizzare le opportunità esterne.
Tra queste l’ambizioso progetto delle vie della seta, declinato in salsa sanitaria e solidaristica per l’emergenza Covid-19 può rappresentare certamente un tentativo di insinuarsi ancora di più in contesti geopolitici instabili ed economicamente fragili. L’Italia rappresenta uno degli scenari di interesse cinese, e non da oggi. Ormai da un paio di decenni, con la propria modalità cinese d’accesso dalle porte secondarie e silente, la potenza asiatica ha intessuto rapporti commerciali ed economici con lo sfibrato e stagnante contesto politico e del tessuto produttivo nazionale, ha inserito imprenditori, rappresentanze diplomatiche e anche qualche spia nel Bel Paese. L’obiettivo è chiaro, cercare di insinuarsi nel contesto italiano. Le ragioni di tale progetto sono rintracciabili in quegli elementi che noi italiani stentiamo a riconoscere perchè abbiamo da sempre difficoltà a pensarci e definirci in base al nostro interesse e potenziale nazionale. Sicuramente la nostra collocazione geografica come grande porto del mediterraneo e porta di transito da oriente e occidente, insieme ad una tradizione manifatturiera e in settori industriali ad alto valore aggiunto, ci rendono particolarmente interessante per una potenza impegnata nella corsa al primato come la Cina.Ci riuscirà? Ai posteri l’ardua sentenza.
E’ ipotizzabile però che nei prossimi tempi l’attenzione e il tentativo di influenza cinese sul nostro territorio continuerà attraverso ulteriori investimenti (non chiamiamoli aiuti) economici, diplomatici e culturali, sempre con modalità mediate e meditate in stile cinese e compatibilmente con le questioni interne all’impero d’Oriente.La capacità di aumentare la propria influenza e radicamento nel tessuto politico, economico ed emotivo italiano dipenderà non tanto dalla percezione di noi italiani che in tale fase percepiamo molto più vicini gli investimenti e la liquidità del lontano Oriente, quanto dall’interesse e dalle decisione della potenza statunitense inerenti l’Italia e il futuro degli equilibri europei in chiave americana. Come in una partita di scacchi, le mosse dell’avversario hanno e avranno una rilevanza su diversi scacchieri internazionali, Italia inclusa. L’auspicio per l’Italia potrebbe essere quello di definire prima di tutto i propri obiettivi strategici e provare a giocare le proprie carte che potrebbero essere interessanti e non un prevedibile bluff. Fate il vostro gioco!

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Considerazioni sulla nostra tavola rotonda

Abbiamo creato questa tavola rotonda virtuale sulle trasformazioni che il COVID-19 ha portato nella nostra comunicazione quotidiana per cercare di capire come dovremo conviverci. Abbiamo cercato di riunire menti diverse, esperienze differenti e punti di vista differenziali per contaminare positivamente il tuo pensiero e, come per ogni MegaBite (anche se questo, lo ammettiamo, è stato veramente denso e diverso dagli altri), non lasciarti banalmente con quattro risposte cotte e mangiate.

 Alla luce di quanto condiviso, speriamo davvero di averti dato elementi sufficienti per riflettere su queste nuove dinamiche della comunicazione, fra la crisi dei grandi eventi di aggregazione di massa, il (possibile) declino del fast fashion, nuovi scenari geopolitici, nuove forme di comunicazione e chiarezza nel settore farmaceutico e bancario. E una nuova consapevolezza necessaria su ciò che ci “fa stare bene”.


Stavolta non abbiamo 3 domande da sottoporti per rileggere con occhi nuovi, secondo la formula del  vuja de, ciò  strategicamente e/o comunicativamente ti circonda.

Perchè ciò che ci circonda è, per la prima volta dopo tanto tempo, soggetto a una necessaria riflessione singolare e collettiva allo stesso tempo.

Perchè  i “cambiamenti – se maturano – maturano in modo differente, nel come e nei tempi del loro manifestarsi”. Ed è importante fare il nostro gioco per non farsi trovare impreparati.

Alla luce di quanto letto, se vuoi condividere con noi le tue riflessioni puoi  inviarci un DM o taggarci su

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Raccoglieremo e analizzeremo tutti i feedback per le prossime uscite di MegaBite.

Grazie per il tuo tempo e buona lettura.

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